
Amare è servire – Testimonianza dell’incontro “Servire gli ammalati”
Il 21 gennaio è stata inaugurato il ciclo d’incontri “Amare è servire”, che prende spunto dall’aspetto tipicamente unitalsiano del servizio, ispirato dalle parole del Vangelo di Matteo: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, le avete fatte a me». Il tema del servizio è declinato in diversi aspetti grazie alle storie che sono di volta in volta raccontate, permettendo di scoprire che vivere l’Amore di Gesù nel quotidiano non è impossibile.
La serata è stata aperta dalla riflessione di don Alessandro, che, riprendendo l’incontro di Gesù con l’emorroissa, ha ricordato quanto sia importante trovare sempre il modo di entrare in contatto con Dio. Creando un paragone fra l’emorroissa, considerata impura, e la situazione attuale, nota che si stanno creando numerose situazioni di lontananza e di solitudine. Ma, anche nella solitudine, il Signore è presente: sta a noi cercarlo. Don Alessandro conclude con l’esortazione a essere testimoni di questo continuo contatto che Dio vuole avere con l’uomo, perché, come cristiani e come unitalsiani, abbiamo il compito di far conoscere il Signore agli altri.

Ospite della serata è stato Alfredo Settimo, socio unitalsiano da tanti anni, che ha raccontato due aspetti, opposti ma complementari: il servizio agli ammalati e l’essere a sua volta accudito come malato. Che sono anche i due aspetti che ogni unitalsiano incontra durante la sua vita associativa.
Alfredo esordisce con il racconto della sua vita lavorativa come soccorritore professionale che ha intrapreso 25 anni fa, sentendo che la sua vita doveva essere votata al servizio verso gli altri. La sua vocazione, nata anche grazie al servizio svolto accanto ai malati durante i Pellegrinaggi, si è trasformato in un lavoro vero e proprio.
La pandemia ha, però, aperto una ferita nel suo animo. La situazione ha imposto l’utilizzo di dispositivi, ma proprio da dietro agli occhialoni che era costretto a indossare vedeva la paura, la difficoltà e la solitudine negli occhi di chi soccorreva. E se, in un primo momento, cercava di fare forza ai malati, si è ritrovato più tardi a non riuscire nemmeno a guardarli negli occhi, sentendo venire meno anche il suo essere unitalsiano.
Confessa di aver provato una grande solitudine.
Un episodio che l’ha toccato è stato l’aver scortato i camion militari che, partiti da Bergamo, trasportavano i deceduti per COVID. Fortemente colpito nel vedere le bare spoglie, senza nessuno accanto, ha sentito il bisogno di dire un “l’eterno riposo” per tutti quei morti così soli. Un’altra preghiera che gli dava forza era l’Ave Maria, detto col cuore girando e rigirando il rosario che porta al dito regalatogli dalla moglie Chiara.
Con il cambiare delle modalità di gestione dei pazienti, diventate sempre più ciniche, dunque troppo lontano dal suo sentire, Alfredo ha deciso di abbandonare il suo lavoro al 118.
Per poter dare comunque il suo contributo, ha intrapreso una nuova occupazione, quella di rappresentate per una ditta di dispositivi di protezione sanitari. Questa professione gli ha permesso di girare l’Italia, incontrare molta gente e ascoltare i racconti di tanti operatori sanitari, diventando così la spalla su cui sfogarsi, la stessa di cui anche lui aveva avuto bisogno nei mesi precedenti.
A novembre, al ritorno da un viaggio, si accorge di avere i sintomi tipici della malattia, confermata poi da un tampone positivo. Da lì, si è dovuto completamente isolare dalla famiglia, fino ad arrivare al ricovero a seguito di un esame che ha confermato una polmonite interstiziale.
La degenza in ospedale ha acuito il senso di solitudine provato giù nei mesi precedenti. Essere accudito da infermiere chiuse nei loro camici e coperte da maschere, che entravano nelle stanze solo per somministrare le terapie o portare i pasti, hanno messo Alfredo nella condizione di sentirsi nei panni delle persone che lui stesso aveva soccorso fino a qualche settimana prima. Piccola soddisfazione quotidiana era l’aiutare il vicino di letto, un uomo anziano, che da solo aveva difficoltà a utilizzare il cellulare per contattare la famiglia.
Questa esperienza gli ha dimostrato ancora una volta quanto sia importante per un malato avere accanto qualcuno che lo aiuti, che gli faccia compagnia, che gli dica una parola di conforto.
Fortunatamente e nonostante ne porti ancora le conseguenze, la malattia è ormai passata. E la voglia di servire gli altri è tornata: ha deciso, infatti, di proporsi come soccorritore volontario.
Ad arricchire la testimonianza interviene, poi, Maurizio Fadini, responsabile del Gruppo di Castellanza (Sottosezione di Busto Arsizio). Maurizio mostra subito un aspetto importante del servizio unitalsiano: quello svolto all’interno della propria famiglia. Accudisce, infatti, da tanti anni la propria mamma. Anche lui ha votato la sua vita all’aiuto agli altri: il volontariato sia con l’Unitalsi sia in parrocchia, in qualità di ministro straordinario dell’Eucarestia, l’ha portato a essere a contatto con numerosi malati e anziani, ai quali ha sempre portato una parola di conforto e ai quali ha dedicato gran parte del suo tempo., grazie al volontariato.
Maurizio, nei primi mesi del 2020, è stato colpito dal virus, che non l’ha lasciato per 2 mesi, obbligandolo per 20 giorni anche in ospedale. Durante la degenza, racconta di aver sentito molto vicina Maria, che ha invocato nei momenti di più forte sofferenza. Quella stessa sofferenza che gli ha fatto toccare con mano la fragilità umana. La fede è stata di grande aiuto e l’affidamento a Maria e Gesù è stato un’àncora, soprattutto nei momenti più difficili della malattia. La vera forza sono state le parole di Gesù: «Sia fatta la tua volontà».
Per guardare la registrazione dell’evento scrivi a: segreteria@unitalsilombarda.it
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Amare è servire – Primo incontro: “Servire gli ammalati”
Eccoci giunti al primo incontro del ciclo di testimonianze “Amare è servire” proposto dai giovani dell’Unitalsi Lombarda.
Filo conduttore di questa prima serata sarà il modo di vivere la malattia, visto sotto due punti di vista distanti, ma complementari.
Il nostro ospite, Alfredo Settimo, socio unitalsiano da tanti anni, racconterà la sua storia da soccorritore professionale durante il primo semestre mesi di pandemia e da ricoverato a causa di COVID-19 nella seconda parte dell’anno.
Dopo la testimonianza, ci sarà la possibilità di fare domande e condividere esperienze, che arricchiranno i contenuti della serata.
Per guardare la registrazione dell’evento scrivi a: segreteria@unitalsilombarda.it


Messaggio del Santo Padre Francesco per la XXIX Giornata Mondiale del Malato
Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli (Mt 23,8). La relazione di fiducia alla base della cura dei malati
Cari fratelli e sorelle!
La celebrazione della XXIX Giornata Mondiale del Malato, che ricorre l’11 febbraio 2021, memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes, è momento propizio per riservare una speciale attenzione alle persone malate e a coloro che le assistono, sia nei luoghi deputati alla cura sia in seno alle famiglie e alle comunità. Il pensiero va in particolare a quanti, in tutto il mondo, patiscono gli effetti della pandemia del coronavirus. A tutti, specialmente ai più poveri ed emarginati, esprimo la mia spirituale vicinanza, assicurando la sollecitudine e l’affetto della Chiesa.
1. Il tema di questa Giornata si ispira al brano evangelico in cui Gesù critica l’ipocrisia di coloro che dicono ma non fanno (cfr Mt 23,1-12). Quando si riduce la fede a sterili esercizi verbali, senza coinvolgersi nella storia e nelle necessità dell’altro, allora viene meno la coerenza tra il credo professato e il vissuto reale. Il rischio è grave; per questo Gesù usa espressioni forti, per mettere in guardia dal pericolo di scivolare nell’idolatria di sé stessi, e afferma: «Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (v. 8).
La critica che Gesù rivolge a coloro che «dicono e non fanno» (v. 3) è salutare sempre e per tutti, perché nessuno è immune dal male dell’ipocrisia, un male molto grave, che produce l’effetto di impedirci di fiorire come figli dell’unico Padre, chiamati a vivere una fraternità universale.

Davanti alla condizione di bisogno del fratello e della sorella, Gesù offre un modello di comportamento del tutto opposto all’ipocrisia. Propone di fermarsi, ascoltare, stabilire una relazione diretta e personale con l’altro, sentire empatia e commozione per lui o per lei, lasciarsi coinvolgere dalla sua sofferenza fino a farsene carico nel servizio (cfr Lc 10,30-35).
2. L’esperienza della malattia ci fa sentire la nostra vulnerabilità e, nel contempo, il bisogno innato dell’altro. La condizione di creaturalità diventa ancora più nitida e sperimentiamo in maniera evidente la nostra dipendenza da Dio. Quando siamo malati, infatti, l’incertezza, il timore, a volte lo sgomento pervadono la mente e il cuore; ci troviamo in una situazione di impotenza, perché la nostra salute non dipende dalle nostre capacità o dal nostro “affannarci” (cfr Mt 6,27).
La malattia impone una domanda di senso, che nella fede si rivolge a Dio: una domanda che cerca un nuovo significato e una nuova direzione all’esistenza, e che a volte può non trovare subito una risposta. Gli stessi amici e parenti non sempre sono in grado di aiutarci in questa faticosa ricerca.
Emblematica è, al riguardo, la figura biblica di Giobbe. La moglie e gli amici non riescono ad accompagnarlo nella sua sventura, anzi, lo accusano amplificando in lui solitudine e smarrimento. Giobbe precipita in uno stato di abbandono e di incomprensione. Ma proprio attraverso questa estrema fragilità, respingendo ogni ipocrisia e scegliendo la via della sincerità verso Dio e verso gli altri, egli fa giungere il suo grido insistente a Dio, il quale alla fine risponde, aprendogli un nuovo orizzonte. Gli conferma che la sua sofferenza non è una punizione o un castigo, non è nemmeno uno stato di lontananza da Dio o un segno della sua indifferenza. Così, dal cuore ferito e risanato di Giobbe, sgorga quella vibrante e commossa dichiarazione al Signore: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5).
3. La malattia ha sempre un volto, e non uno solo: ha il volto di ogni malato e malata, anche di quelli che si sentono ignorati, esclusi, vittime di ingiustizie sociali che negano loro diritti essenziali (cfr Enc. Fratelli tutti, 22). L’attuale pandemia ha fatto emergere tante inadeguatezze dei sistemi sanitari e carenze nell’assistenza alle persone malate. Agli anziani, ai più deboli e vulnerabili non sempre è garantito l’accesso alle cure, e non sempre lo è in maniera equa. Questo dipende dalle scelte politiche, dal modo di amministrare le risorse e dall’impegno di coloro che rivestono ruoli di responsabilità. Investire risorse nella cura e nell’assistenza delle persone malate è una priorità legata al principio che la salute è un bene comune primario. Nello stesso tempo, la pandemia ha messo in risalto anche la dedizione e la generosità di operatori sanitari, volontari, lavoratori e lavoratrici, sacerdoti, religiosi e religiose, che con professionalità, abnegazione, senso di responsabilità e amore per il prossimo hanno aiutato, curato, confortato e servito tanti malati e i loro familiari. Una schiera silenziosa di uomini e donne che hanno scelto di guardare quei volti, facendosi carico delle ferite di pazienti che sentivano prossimi in virtù della comune appartenenza alla famiglia umana.
La vicinanza, infatti, è un balsamo prezioso, che dà sostegno e consolazione a chi soffre nella malattia. In quanto cristiani, viviamo la prossimità come espressione dell’amore di Gesù Cristo, il buon Samaritano, che con compassione si è fatto vicino ad ogni essere umano, ferito dal peccato. Uniti a Lui per l’azione dello Spirito Santo, siamo chiamati ad essere misericordiosi come il Padre e ad amare, in particolare, i fratelli malati, deboli e sofferenti (cfr Gv 13,34-35). E viviamo questa vicinanza, oltre che personalmente, in forma comunitaria: infatti l’amore fraterno in Cristo genera una comunità capace di guarigione, che non abbandona nessuno, che include e accoglie soprattutto i più fragili.
A tale proposito, desidero ricordare l’importanza della solidarietà fraterna, che si esprime concretamente nel servizio e può assumere forme molto diverse, tutte orientate a sostegno del prossimo. «Servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo» (Omelia a La Habana, 20 settembre 2015). In questo impegno ognuno è capace di «mettere da parte le sue esigenze e aspettative, i suoi desideri di onnipotenza davanti allo sguardo concreto dei più fragili. […] Il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a “soffrirla”, e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone» (ibid.).
4. Perché vi sia una buona terapia, è decisivo l’aspetto relazionale, mediante il quale si può avere un approccio olistico alla persona malata. Valorizzare questo aspetto aiuta anche i medici, gli infermieri, i professionisti e i volontari a farsi carico di coloro che soffrono per accompagnarli in un percorso di guarigione, grazie a una relazione interpersonale di fiducia (cfr Nuova Carta degli Operatori Sanitari [2016], 4). Si tratta dunque di stabilire un patto tra i bisognosi di cura e coloro che li curano; un patto fondato sulla fiducia e il rispetto reciproci, sulla sincerità, sulla disponibilità, così da superare ogni barriera difensiva, mettere al centro la dignità del malato, tutelare la professionalità degli operatori sanitari e intrattenere un buon rapporto con le famiglie dei pazienti.
Proprio questa relazione con la persona malata trova una fonte inesauribile di motivazione e di forza nella carità di Cristo, come dimostra la millenaria testimonianza di uomini e donne che si sono santificati nel servire gli infermi. In effetti, dal mistero della morte e risurrezione di Cristo scaturisce quell’amore che è in grado di dare senso pieno sia alla condizione del paziente sia a quella di chi se ne prende cura. Lo attesta molte volte il Vangelo, mostrando che le guarigioni operate da Gesù non sono mai gesti magici, ma sempre il frutto di un incontro, di una relazione interpersonale, in cui al dono di Dio, offerto da Gesù, corrisponde la fede di chi lo accoglie, come riassume la parola che Gesù spesso ripete: “La tua fede ti ha salvato”.
5. Cari fratelli e sorelle, il comandamento dell’amore, che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli, trova una concreta realizzazione anche nella relazione con i malati. Una società è tanto più umana quanto più sa prendersi cura dei suoi membri fragili e sofferenti, e sa farlo con efficienza animata da amore fraterno. Tendiamo a questa meta e facciamo in modo che nessuno resti da solo, che nessuno si senta escluso e abbandonato.
Affido tutte le persone ammalate, gli operatori sanitari e coloro che si prodigano accanto ai sofferenti, a Maria, Madre di misericordia e Salute degli infermi. Dalla Grotta di Lourdes e dagli innumerevoli suoi santuari sparsi nel mondo, Ella sostenga la nostra fede e la nostra speranza, e ci aiuti a prenderci cura gli uni degli altri con amore fraterno. Su tutti e ciascuno imparto di cuore la mia benedizione.
Roma, San Giovanni in Laterano, 20 dicembre 2020, IV Domenica di Avvento.
Francesco
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Ciclo di testimonianze “Amare è servire” promosso dal Gruppo Giovani della Sezione Lombarda

Befana 2021 – Unitalsi Lombarda, Sottosezione MILANO NE
Anche quest’anno non abbiamo voluto rinunciare al tradizionale appuntamento con la Befana. Questa manifestazione, partita con un piccolo gruppo, ha avuto lo scorso anno la partecipazione di 120 persone, oltre alle cuoche ed al personale UNITALSI di servizio. Non abbiamo potuto fare il buon pranzo nè la super tombola, ma con le nostre 130 calze abbiamo raggiunto buona parte degli amici.
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Tanti auguri di Buon Natale dai giovani dell’Unitalsi Lombarda
L’Unitalsi non ha mai smesso di pensare a tutti voi! Per sentirci vicini anche questo Natale…
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“C’è una veste bianca anche per noi”
Le storie delle persone sconosciute al grande pubblico e la pandemia di Coronavirus
“C’è una veste bianca anche per noi”
un nuovo libro di Vittore De Carli edito dalla Libreria Editr ice Vaticana
C’è una veste bianca anche per noi (pag. 130; Euro 10,00) il nuovo volume edito dalla Libreria Editrice Vaticana – Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, a firma di Vittore De Carli, «non è un libro da leggere, da studiare», o per imparare a «fare» qualcosa. Questo «è un libro per conversare». Per avviare un dialogo, per creare e coltivare un’amicizia, per seminare domande e risposte, per cercare insieme «una sapienza più alta, un pensiero più umile, una preghiera più sincera». Per scoprire, insieme, che «c’è una veste bianca anche per noi». Così l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, metropolita di Lombardia, scrive nella prefazione al volume.
Si tratta di un testo che raccoglie le storie di sedici persone che hanno contratto il Coronavirus. Sedici storie che hanno nell’esperienza della malattia il denominatore comune. Ma questo è solo un primo livello del discorso. Perché c’è qualcosa di più profondo, ad accomunarle: la dimensione della testimonianza. Ecco: quelle sedici persone – padri e madri di famiglia, professionisti e operai, medici e infermieri, laici ma anche preti e, fra loro, pure un vescovo, quello di Cremona – sono innanzitutto dei testimoni.
C’è chi è guarito e ha potuto raccontare a De Carli la sua esperienza in prima persona. E c’è chi non ce l’ha fatta, e la sua storia è affidata alla voce di chi l’ha conosciuto, affiancato, amato. Ma tutti e sedici – chi è tornato alla vita dopo aver rischiato la morte, chi ha ricevuto il dono di una vita nuova – hanno in comune il fatto – usando il linguaggio dell’Apocalisse al quale attinge il titolo del libro – di essere passati attraverso la «grande tribolazione» e di aver lavato le proprie vesti «rendendole candide nel sangue dell’Agnello».
La «grande tribolazione» è la pandemia di Coronavirus che nella primavera del 2020 ha avuto in Lombardia l’epicentro italiano: e sono tutti lombardi, quei sedici (e c’è pure chi viene dalla “zona rossa” di Lodi), anche se le loro storie assumono un valore che supera ogni confine e appartenenza. La «veste candida» è segno del martirio. Inteso nel suo significato autentico di testimonianza. Perché questo, sono i sedici del libro: testimoni. Non parlano di sé e per se stessi, ma agli altri e per gli altri. Con le loro storie di malattia, sofferenza, solitudine, solidarietà, che per alcuni sono culminate nella guarigione, per altri nell’agonia e nella morte, questi testimoni provocano la nostra intelligenza, la nostra libertà, il nostro cuore, la nostra fede. In queste storie si mette in gioco il senso della vita e delle relazioni fondamentali con gli altri, con noi stessi, con Dio. Sono testimonianze che chiamano a «una sapienza più alta», come riconosce l’arcivescovo Delpini. E lo fanno non con i discorsi edificanti, ma con il racconto di esperienze concrete, spesso drammatiche, sempre commoventi, dove nella tragedia della pandemia riescono a insinuarsi i raggi di sole di una solidarietà, un sorriso, una speranza. Incontrati camminando “nella compagnia” di amici e familiari, di medici, infermieri, cappellani. E di Dio. Ecco: la famiglia e la fede sono i due appigli sicuri nella prova della malattia che queste storie restituiscono. Messi a dura prova, certo. Ma alla fine affidabili. Il libro, inoltre, mostra il tanto bene nascosto, accaduto nei mesi terribili della prima ondata della pandemia. E sono, tutti questi, beni preziosi per il nuovo tempo di prova, con la pandemia che torna a farsi minacciosa e letale.
Il libro, inoltre, raccoglie e restituisce storie di persone sconosciute al grande pubblico. Solo la malattia e la guarigione del vescovo di Cremona, Antonio Napolioni, e il sacrificio di Gino Fasoli – medico in pensione rientrato in servizio per aiutare i colleghi in emergenza, e ucciso dal virus – hanno avuto una qualche risonanza mediatica. Per il resto: nel libro si incontrano madri e padri, lavoratori, pensionati, sacerdoti, persone diversamente abili, volontari, tutti ignoti al circo mediatico. E dello stesso Fasoli sono offerti tratti e pagine inediti. A proposito dei volontari: l’impegno nell’Unitalsi, della cui Sezione Lombarda è presidente De Carli, è uno dei tratti che accomuna persone e storie narrate in queste pagine. Ebbene: nel 2021 l’Unitalsi Lombarda celebra i suoi cent’anni di vita. Farlo nello scenario drammatico di questa pandemia diventa – anche con l’aiuto del libro di De Carli – un’occasione per approfondire e rinnovare l’identità e la missione dell’Unitalsi. La sua testimonianza di carità, servizio, prossimità. Ed è emblematico che De Carli abbia voluto dedicare il libro ad una persona che ha vissuto l’amore per gli ultimi nel nascondimento e fino al dono totale di sé: don Roberto Malgesini, il prete della diocesi di Como ucciso il 15 settembre 2020 da uno dei poveri che aiutava. Lui, la sua «veste bianca», l’ha indossata ogni giorno senza che nessuno se ne avvedesse. Ed è una nuova testimonianza, a illuminare il cammino di ciascuno alla scoperta che davvero «c’è una veste bianca anche per noi».
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Il numero di dicembre di Charitas anche online
Visto il momento di difficoltà che stiamo attraversando e al fine di facilitare la lettura del nostro periodico il consiglio di Sezione ha deciso di pubblicare il numero di dicembre anche su portale dell’associazione.
Buona lettura
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Unitalsi anziani e disabili ai tempi del Coronavirus: emergenza nell’emergenza
Domenica 13 dicembre, alle ore 18,15, Radio Mater apre le proprie frequenze all’appuntamento mensile con l’Unitalsi.
Da oltre sei anni l’Unitalsi, Sezione Lombarda, mensilmente è presente con una propria rubrica dal titolo “Per Maria a Gesù”, una trasmissione mariana di fede e testimonianza a cura di Adriano Muschiato e condotta da Vittore De Carli.
Domenica prossima il filo conduttore sarà Unitalsi anziani e disabili ai tempi del Coronavirus: emergenza nell’emergenza, l’esperienza dei nostri fratelli sofferenti sul territorio lombardo, in particolare nelle sottosezioni di Como, Merate, Monza e Milano, attraverso la testimonianza di Luigi Rocca, Davide Cacciatori, Ettore Andreoni e Patrizia Marando che racconteranno ai radioascoltatori di Radio Mater come stanno vivendo quotidianamente nelle loro case questo momento di difficoltà, l’importanza degli affetti più cari e quegli degli amici dell’Unitalsi, anche in prossimità del Santo Natale
Non può mancare la parte spirituale “In prossimità del Santo Natale” è il tema che svilupperà padre Corrado Brida, frate cappuccino. Entrato in seminario con i Cappuccini a 11 anni, è stato ordinato sacerdote a 24 anni. La sua storia si lega in particolare con i 22 anni trascorsi come cerimoniere nel santuario di Loreto, dove padre Corrado era noto, oltre che per la sua dedizione ai pellegrinaggi per gli ammalati, per gli “assoli” con cui accompagnava le liturgie mariane. Celebre la sua interpretazione del canto di origine polacca «Madonna Nera», un brano che ha anche inciso su un dvd di canti lauretani.
Infine, con Graziella Moschino, parleremo del sito della sezione Lombarda con la recente pubblicazione dell’opera “Sempre insieme, lontani ma vicini – Meditazioni spirituali ai tempi del Coronavirus” curata dalla stessa vicepresidente regionale.
In un momento straordinario, quello dell’emergenza COVID-19 e del conseguente lockdown, in cui l’ordinario a cui eravamo abituati ha lasciato il posto a una nuova dimensione di spazio e relazioni, la necessità di sentirsi sempre e ancora più di prima “insieme” ha spinto tutti a utilizzare nuovi strumenti di comunicazione e di preghiera. Da questa necessità l’UNITALSI Lombarda ha dato vita a una serie di incontri virtuali, tramite l’utilizzo della piattaforma Zoom Call, durante i quali l’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, e i vescovi della Lombardia hanno donato le loro catechesi per infondere conforto e speranza nei fedeli. Gli interventi dei Vescovi sono stati successivamente riuniti nella presente opera per tenere traccia della fede e della forza dimostrata dalla Chiesa e dai fedeli anche nei momenti di grande difficoltà.
Spazio aperto poi alle telefonate degli ascoltatori che vogliono intervenire portando il proprio contributo al dialogo. Un’occasione per dare voce alle esperienze associative, a chi vive la realtà della malattia o della disabilità, a chi si trova ad affrontare il tempo della solitudine e della sofferenza, e insieme il tempo dell’amicizia, dell’aiuto fraterno, della gratuità che si fa dono e si riceve come dono.
È possibile seguire la trasmissione dalle frequenze di Radio Mater e via internet su www.radiomater.org
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